lunedì 31 maggio 2010

La Fiera della Sostenibilità domenica 30 maggio 2010 Chiesa di San Martino in Riparotta.

Per il 40° ANNIVERSARIO DEL GRUPPO SCOUT DI VISERBA RIMINI 7 -.
di Marzia Mecozzi per Ass.IPPOCAMPOVISERBA


Sostenibilità. La parola chiave per “lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato”

L’ambiente, la sostenibilità, il risparmio energetico, il comportamento etico ed ecologico, sono il messaggio che ha attraversato il quarantesimo anniversario del Gruppo Scout di Viserba Rimini 7.
“Perché il rispetto, la cura per il creato, non siano solo concetti vuoti – ha spiegato il capo Clan Stefano Morolli – ma capacità critica di vivere con responsabilità per essere custodi, non solo fruitori del mondo in cui viviamo…”
Questo anniversario ha voluto rendere omaggio al presente e al futuro attraverso i temi cari ad una modernità controcorrente, consapevole cioè che un agire eco-sostenibile permetterà a coloro che verranno dopo di noi di ereditare un mondo ancora vivibile, ancora ospitale e materno.
Il programma della tre giorni, dal titolo ‘Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato’, si è articolato attraverso tre diversi, importanti, momenti: l’incontro di venerdì con la testimonianza di tre missionari che, nella loro scelta di affiancare gli ultimi, mettono in pratica il più autentico insegnamento di Gesù: Don Aldo, Raffaella Canini, Andrea Pagliarani; con la partecipazione di Michele Dotti, coautore del libro ‘L’Anticasta’ volontario dell’associazione  Mani Tese e membro dell’Associazione Comuni Virtuosi (ovvero quelle Pubbliche Amministrazioni illuminate che operano nel nome della Sostenibilità). Sabato sera si è svolta la cena a ‘chilometro zero’ di raccolta fondi per le tre missioni e infine, domenica 30 maggio, la festa ispirata e dedicata alla custodia del creato, che si è conclusa nella bella atmosfera campestre della Chiesa di San Martino in Riparotta.
Qui, un’interessante Fiera della Sostenibilità è stata non indifferente spunto di riflessione per tutti i convenuti che hanno avuto l’opportunità di conoscere da vicino realtà legate al risparmio energetico e idrico, al riciclo dei materiali di produzione, dai saponi e detersivi biodegradabili e non inquinanti alle calzature di manifattura artigianale, fino ad un modello di turismo alternativo “per una nuova etica del viaggio…” recitano i materiali informativi. Fra gli scout dello storico gruppo nato nel 1969\70, ci sono Patrizia Drudi, Anna Matteoni, Donatella Maltoni, Andrea Semprini, Laura Colonna che con piacere ricordano la strada percorsa insieme fin dal primo sentiero tracciato da Orfeo Benvenuti, Massimo e Maurizio Drudi, Valoris Righi, in quel lontano 1969.
“Siamo nati ufficialmente, come gruppo unico AGeSCI (dalla fusione dei due precedenti: Asci e Gei), – spiega Anna Matteoni - nel Settanta. Era una realtà associativa per giovanissimi molto avanti per quel periodo e per una Viserba ancora piuttosto ‘paesana’ e, pur trattandosi di una proposta nata sotto l’egida della parrocchia, abbiamo dovuto vincere la resistenza di alcuni genitori non avvezzi a concedere tanta libertà ai figli, soprattutto alle figlie… Oggi può far sorridere, ma i primi campeggi, rigorosamente separati, con i maschi a Villagrande e le femmine a Monte Boaggine, ancora non lasciavano indifferenti i benpensanti… sembra ieri, eppure sono già passati quarant’anni!”
Dopo la Santa Messa, celebrata da Don Danilo, il pomeriggio di sole all’ombra del campanile di San Martino ha allietato la conclusione di un evento di spessore e ricco di significativi contenuti.

Viserbella in Festa....ricordando Remo

Dal 1997 c’è una festa a Viserbella che segna l’inizio dell’estate. E’ la nostra festa! Quella a cui i viserbellesi sono più affezionati. Situata fra la chiassosa via litoranea e la ferrovia, la intima Piazza De Calboli, centro ideale del paese, con il suo giardinetto all’italiana e gli zampilli della tondeggiante fontana accoglie “Viserbella in Festa”.  Domenica 30 maggio. In questa occasione la Piazza, a ben dire, viene apparecchiata a festa con tavoli e panche per i commensali e a tutti viene offerto un primo piatto tipico locale, sempre a base di pesce, l’immancabile piadina variamente farcita, bibite a volontà e ciambella con albana! I turisti a fine maggio sono ancora pochi..ma noi del paese ci siamo tutti, per mangiare, ballare, tentare la fortuna alla ruota o alla lotteria, ognuno con la vaga speranza di tornarsene a casa con sottobraccio un salame, o a bordo di una fiammante bicicletta!  Il bello è che ci puoi trovare Don Benito, il parroco, con l’immancabile e simpaticissima Cristina, la perpetua.. I volontari , questa volta a tavola, della Festa invernale della Solidarietà, l’imbianchino, l’elettricista, l’idraulico e tutte le figure tipiche del nostro piccolo paese. Qualche timido tedesco appare fra un Trebbiano ed un Sangiovese, forse alla ricerca di una birra che qui è tassativamente off limits. Patrocinata dal Comitato turistico con l’aiuto di tanti volontari, può contare su cuochi di altissimo livello “rubati” al Centro Velico di Viserbella quali il mitico Bruno. ….
Da due anni a questa parte, putroppo, questa festa ha allungato il suo nome…. “Ricordando Remo” a memoria di Remo Tognacci, uno di noi che troppo presto ci ha lasciati, lui che a questa festa, come a tutte le altre del paese, non aveva mai fatto mancare il suo aiuto insieme alla moglie Wilma,  un concentrato di vitalità che anche quest'anno si è distinta quale cameriera tutto-fare, già al secolo famosa per gli squisitissimi “cassoncini della Wilma”. Così, tutti insieme, come in un rito antico, nell’allegria seppelliamo la tristezza e con un rinnovato sole e tepore dell’aria apriamo una nuova stagione.

Sabrina Ottaviani per Ass.IPPOCAMPOVISERBA

domenica 30 maggio 2010

40 anni di scautismo a Viserba



Se è vero che la vita è una staffetta, un cedere il testimone dopo aver fatto la propria
Parte di gara, venerdì sera mi sono sentita proprio fiera di essere stata all’età di dodici anni  tra quei primi ragazzi del gruppo scout Rimini 7 di Viserba. Per me era il 1971 e quel gruppo, nato nel 1969, a distanza di quarant’anni, ora inizia una tre giorni di festeggiamenti titolando l’evento
‘SE VUOI COLTIVARE LA PACE, CUSTODISCI IL CREATO’
Apre l’incontro di apertura, venerdì sera, Roberto Pagliarani  dando la parola a Don Aldo Fonti  in qualità di direttore dell’ufficio missionario Diocesano perché la serata è tutta una testimonianza di persone che nella partenza extrassociativa, hanno sentito il bisogno di lavorare con gli ultimi del mondo.
Don Aldo ora è parroco della Chiesa di Viserba Mare, ma solo un anno fa era a Caracas, in
Venezuela, ha il doppio passaporto perché ha trascorso lì trentanni della sua vita e mi sembra
di capire da lui come dagli altri intervenuti, che dopo un esperienza missionaria ….. non puoi essere più lo stesso.
Lui mette l’accento sulla necessità di una giusta amministrazione dei doni ricevuti, in una lettura
della realtà secondo i valori del vangelo, nell’impostazione dell’unico futuro possibile, quello della
CONDIVISIONE e non dell’appropriazione di questi doni.
La Raffaella Canini, una ragazza scout che rivedo solo adesso dopo circa ventanni, racconta che ha sentito il bisogno di rispondere ad una’ chiamata di servizio’ e costruisce il suo presente giorno dopo giorno progettandolo in Brasile, dove con suo marito gestisce da anni una casa della Papa Giovanni accogliendo nella sua famiglia dieci bambini.
Ci racconta, con il consenso dell’interessata, una storia stupenda e commovente  di una donna di 51 anni che nell’interesse dei suoi figli ha dimostrato che con il coraggio e la fede,  nell’arco di una vita di stenti condivisa con  ben tre compagni dai quali nascevano bambini e abbandoni, non si è mai arresa e oggi, nella dignità di sentirsi accolta, è diventata un esempio dal quale, dice Raffaella, nascerà un libro.
Andrea Pagliarani, assieme alla moglie Federica, vive da un anno e mezzo in Africa, precisamente nella grossa cintura periferica e degradata del Kenia e fuori dai racconti di violenza, miseria e fame, ci racconta che vivendo con queste  persone, si scopre una gioia e una leggerezza difficili da trovare nelle società opulenti. A testimonianza di ciò ci mostrano delle foto che ne sono la prova.
Prende la parola, da istrione e senza microfono, Michele Dotti raccontandosi in giro per l’Africa da
anni come membro dell’associazione  Mani Tese (ben diciotto viaggi in Burkina Faso, una moglie africana e duefigli) e lui è li a parlare della Tela del Ragno e di altri suoi libri che scrive per promuovere la partecipazione e raccontarci come spendere una vita educando alla pace, al rispetto
del Creato e….alla pazzia di credere che con l’amore tutto è possibile.
Mi piace, piacciono tutte queste persone che con una disarmante freschezza e coraggio, lasciando all’occidente i loro presunti privilegi,  si occupano dei più sfortunati, dicendoci che se le dividessimo meglio, le risorse del mondo basterebbero per tutti.
 Senza sentirsi degli eroi, cercano di “LASCIARE IL MONDO UN PO’ MIGLIORE DI COME L’ABBIAMO TROVATO”
…ma non era anche il motto di Baden Powel.

Nerea gasperoni per Ass.IPPOCAMPOVISERBA

Fis-cioun

Duvè ch’e’ sta Fis-cioun?

Volta so in via Rossini,
a sinéstra po’, la sgonda,
ta t’ trov òna ad cal stradini
ch’la è ziga, che la n’ sfonda.
T’void a destra una capana,
un ch’e’ sbòffa m’un fugoun,
un mòcc’ ad zenta cla sgulvana
e t’si arvat! Ui stà Fis-cioun!

Dove sta Fischione?
Volta su in via Rossini, a sinistra poi, la seconda, ti trovi una di quelle stradine, che è cieca, che non sfonda. Vedi a destra una capanna, uno che sbuffa ad un focone, tanta gente che si abbuffa. E sei arrivato! Ci sta Fischione!

Le indicazioni per trovare la casa di Fis-cioun erano in un angolino della memoria grazie a questa poesia di Vittorio Valderico Mazzotti ascoltata più volte dalla viva voce dell’autore. Insieme agli altri della troupe dell’Ippocampo (Nerea, Paolo e Loredana) ci siamo presentati puntuali, un sabato pomeriggio di maggio, accolti dalla proverbiale ospitalità di Fisc-cioun: non poteva mancare un bicchiere di vino (ottima albana passita “comprata personalmente a Bertinoro”) accompagnato da cioccolatini e biscotti...
(Il seguito alla prossima puntata su questo blog)

Maria Cristina Muccioli per Ass.IPPOCAMPOVISERBA

lunedì 24 maggio 2010

Fernando Gualtieri a Viserbella

Fernando Gualtieri è tornato per trascorrere l’estate nella sua Viserbella
Insieme alla notizia, diffusa qualche giorno fa che Fernando Gualtieri, il noto pittore de “Lo Splendore del Reale” è tornato nella sua casa di Viserbella per trascorrervi come sempre l’estate, ne approfitto per segnalare il libro “Gualtieri Mon Amour” di Yvette Lichtemberg (Raffaelli Editore). Si tratta della biografia del grande pittore dello Splendore del Reale, scritta da sua moglie. In questo ‘diario di un amore’ la nobile Yvette, signora parigina dalle maniere d’altri tempi, dedica a Viserba e a Viserbella tante pagine fitte di ricordi, testimonianze e attestazioni di amicizia e offre di questo luogo un punto di vista decisamente inedito. Il suo amore per Gualtieri la porta ad immaginare col cuore quel paesaggio a lei sconosciuto, di casette bianche e villini fin de siècle che guardano il mare, per come doveva averlo visto lui, bambino, al suo arrivo da Longlaville, attorno agli anni 20 del secolo. I ricordi dell’infanzia e della giovinezza di Fernando a Viserba, da quel primo giorno, quando lo zio Galliano, con il suo calessino, lo aveva portato come prima cosa a vedere la piazza e poi, da viale Cristoforo Colombo, aveva guidato in via Perticari per raggiungere la casetta bianca della nonna Caterina, sono stati raccolti con cura da Yvette insieme a tante immagini curiose della spiaggia e dei personaggi che popolavano la sua vita già destinata all’arte. Perché nulla di Fernando Gualtieri (Gualfer) vada perduto.

Marzia Mecozzi per L’Ippocampo

domenica 23 maggio 2010

Incontro con Elio Pagliarani

A Viserba, specialmente d’estate, può capitare di incontrare un signore dall’aspetto elegante a passeggio con la moglie, seduto al tavolino di un bar o sotto l’ombrellone con un libro in mano. Ma a chi verrebbe in mente che quell’uomo dai capelli bianchi sia uno dei più importanti poeti italiani, esponente di spicco della neo-avanguardia del Novecento? Elio Pagliarani, abituato a platee letterarie di grande prestigio, ogni anno torna per le vacanze estive nella natìa Viserba, che lasciò all’età di diciotto anni per l’avventura milanese. Trasferitosi a Roma nel 1960 (dove vive tuttora con la moglie Cetta Petrollo, scrittrice e giornalista, direttrice della Biblioteca Vallicelliana), il poeta non ha mai reciso il cordone ombelicale che lo lega alla terra delle origini. Sorride e si commuove, nel ricordare mamma Pasquina che, all’età di appena dieci anni, iniziò a lavorare a Corderia falsificando la data di nascita sui documenti. “La mamma era del 1907 e a quei tempi bisognava avere almeno undici anni, per essere assunti.” Il babbo Giovanni, socialista convinto, faceva il vetturale: la sua carrozza era fissa in piazza Pascoli a servizio dei ricchi villeggianti. “Elio bambino - racconta Cetta aiutando la memoria del marito - ogni giorno gli portava il pranzo in bicicletta. E, sempre con la bici, per qualche stagione fece il fattorino per le ville dei ricchi.” Ricordando l’uso tutto romagnolo di dare soprannomi alle famiglie, Elio spiega: “A Viserba i Pagliarani appartenevano a tre rami diversi: i Sc-iupàz, i d’la Chèsa e i Bisugnìn. Noi eravamo del primo gruppo.” La casa dell’infanzia, piccola e col giardino, sorgeva all’angolo fra le vie Mazzini e Lamarmora, dove ora c’è il condominio con l’appartamento di famiglia. “D’estate andavamo a dormire nella stalla per lasciare posto ai bagnanti - racconta il poeta, sempre tramite la voce di Cetta - E pensare che poi, a Roma, ho abitato in una delle più belle dimore della città, la famosa casa-studio di via Margutta.” Il diario della giovinezza viserbese prosegue con gli anni del liceo al Serpieri, il treno preso sempre all’ultimo momento, la fuggevole esperienza come bancario al Credito Romagnolo. Poi la partenza per la Milano del boom economico, l’università a Padova, l’insegnamento, le collaborazioni giornalistiche, i premi letterari. “A Milano e a Roma mio marito non ha mai voluto perdere l’inflessione romagnola e i suoi amici lo hanno sempre notato - sottolinea Cetta - Ogni volta che torniamo qui basta poco per riprendere un po’ di dialetto.” Da qualche tempo alcuni angoli della memoria di Elio sono un po’ in ombra a causa di problemi di salute, ma il suono del dialetto, durante l’intervista, ha avuto un esito sorprendente e quasi miracoloso: l’attenzione risvegliata e un sorriso ammiccante, da ragazzino canaglia (‘na ligéra). “I santarcangiolesi sono detti zvulòun, i riminesi sipuléin; e il pataca, l‘invurnìd, paga Palloni…” “E’ vero! Si diceva proprio così! Amarcord !” La chiacchierata del poeta viserbese con la cronista, dal momento in cui è stata incorniciata nella lingua dell’infanzia, ha assunto una sfumatura decisamente originale ed irripetibile. 

Maria Cristina Muccioli per Ass.IPPOCAMPOVISERBA

"il Fotografo" Alvaro Angelini

Personaggi. "Il fotografo" Alvaro Angelini

Riminesi, turisti e tante celebrità:  in 60 anni pochi gli sono sfuggiti
Inconfondibile, non passa certo inosservato. Lo si può trovare ogni sera nei paraggi del suo negozio, sul lungomare di Viserba. E anche in tutte le manifestazioni e avvenimenti dei dintorni. Come riconoscerlo? Facile! Scalpo candido, sorriso stampato in viso e abbigliamento originale. In occasioni speciali veste chic (di solito bianco totale, dai capelli alla punta delle scarpe); più spesso è variopinto, ma sempre con un filo conduttore: distintivo rimane il calzoncini a scacchiera, suo marchio da quarant’anni, “per farmi notare tra gli ombrelloni, come la bandiera da starter”. L’idea è stata copiata dal telo da spiaggia di una bella turista svizzera, che gli fornì poi la stoffa a scacchi, introvabile in Italia. Durante l’intervista il “nostro” sfoggia una “mise” giallo canarino, calzini e zoccoli compresi. Sul cappellino la scritta “Angelini for President”. Già! Non ci si meravigli se sarà lui il successore di Scalfaro: Alvaro e la sua inseparabile macchina fotografica sono conosciuti, ormai, da migliaia di persone in Italia e all’estero. Quanta gente è passata davanti al suo obiettivo, dal lontano 1938! Riminesi e turisti, gente semplice e personaggi famosi. Racconta: “Iniziai da bambino: nel periodo anteguerra, con lo zio. In piazza Giulio Cesare (ora Tre Martiri) aspettavamo i “signori” che uscivano dalla messa dei Paolotti. Era l’occasione per fotografarli vestiti a festa. Poi mi sono diplomato geometra, ma evidentemente nel mio destino non c’erano tavoli da disegno. Il grande amore, che dura tuttora, è quello con la macchina fotografica. Nel 1954 rilevai il negozio di Viserba da mio cugino e mi lanciai nell’avventura.  Con successo: da trent’anni sono accreditato in Fiera a Rimini; fino a due anni fa ero il fotografo ufficiale di ‘Italia in Miniatura’. Pensi che ho fotografato tutte le 280 riproduzioni di monumenti del parco! E poi, quanti personaggi! Ai tempi d’oro passavano da Viserba Gorni Kramer, Mike Bongiorno, Milva. Una volta, alla Villa dei Pini, c’era un ragazzino impacciato che cantava. Mi disse qualcuno: ‘guardalo  bene, farà strada’. Era Gianni Morandi.” Sembra un ragazzo anche lui, il cavalier Alvaro, mentre racconta la sua storia. Ripercorre la storia del paese: “Conosco tutte le famiglie. Una generazione dopo l’altra: battesimi, cresime, matrimoni. E i turisti, sulla spiaggia... Da qualche anno non posso più stare al sole, per via di qualche acciacco. Ora ci sono i miei ragazzi a fotografare mamme e bimbi in costume da bagno. Uno dei più bei servizi? Quello dell’anno scorso per Topolino della Disney: una bimba viserbese di dieci anni doveva nuotare con i cinque delfini di Rimini. Chiamato dai genitori per il servizio, non credevo che la bimba sarebbe riuscita nell’avventura. E, invece… Mi sono proprio emozionato, quella volta.”
Sì, quasi settant’anni ma non si direbbe: sono giovani il sorriso sul viso rugoso incorniciato di bianco e lo sguardo birichino, mentre continua, sospirando: “Quante belle donne ho immortalato, nella mia carriera…” Tranquilla, signora Angelini, tranquilla! Immortalate soltanto…

Articolo di Maria Cristina Muccioli pubblicato su Il Resto del Carlino il 12 agosto 1997

venerdì 21 maggio 2010

il palio di Viserba


Quei cavalli di San Giuliano.
Il palio di Viserba, lungo la strada della Sacramora
Nel 1157 il comune di Rimini, ottenuto da Federico Barbarossa il riconoscimento della propria libertà, si scelse un nuovo patrono. In polemica col Vescovo dal cui dominio si era appena affrancato declassò Santa Colomba, titolare della cattedrale, eleggendo a proprio avvocato celeste San Giuliano “cuius corpusculus” si venerava nel Monastero di s. Pietro “luogo – dice il Battaglini – che non solo in quanto alla chiesa ed al monastero ma in quanto al suolo stesso e con tutto il borgo nel quale rimaneva compreso, formava una giurisdizione tutta libera ed indipendente dal vescovato” perché dipendeva direttamente dalla Santa Sede.
Il 18 novembre 1228  San Giuliano era già invocato come protettore di Rimini, insieme a San Gaudenzo, uno dei primi vescovi della città, vissuto in un’epoca incerta, a cui era dedicata una chiesa in località Lagomaggio, del secolo scorso. Per onorare i propri patroni celesti, il comune stabilì che nel giorno della festa di ciascuno dei due l’ufficialità municipale si recasse a pregare nel rispettivo santuario dopo di che si disputasse un palio, cioè una corsa di cavalli, il cui regolamento si trova nel codice Torsani in cui nel secolo XV furono trascritti gli statuti trecenteschi di Rimini.
Ecco il racconto del Battaglini: “Né mancò finalmente a festeggiamento di quel giorno che il Comune ordinasse il correre de’ cavalli onde abbiamo né nostri antichi Statuti la rubrica CXLV. del Lib. II. nel codice Torsani la quale prescrive che in festo scti Juliani annnuatim curat bravium octo brachiorum scarlechti qui detur primo venienti et una porchetta assa que detur secundo venienti et unus galus cum uno marsupio novo ad collum dicti galli cum una libra piperis qui detur ultimo venienti. Quod bravium cum dictis porchetta et gallo debeant stare in capite fori iuxta terrenum seu domum que olim fuit hominis scti Jiuliani de foro et equi qui currunt incipere debeant ad currendum ab AQUA VISERBE veniendo per stratam rectam per burgos et civitatem usque ad dictum bravium et quilibet equus qui currit non sit minoris valoris quinquaginta libr rav.
Altra rubrica non poco a questa conforme, che è la LXXIV del libro medesimo ne insegna ancora che tutti gli uomini della Città furono da principio soliti spontaneamente e poscia obbligati di fare offerta nel dì festivo del Santo d’un cereo di mezza libra; dandone esempio il podestà, e i quattro officiali del Comune, che seguitati da tutti i consiglieri andavano ad orare all’arca sua con presentazione di un palio d’otto braccia di scarlatto: “Potestas et quatuor officiales seu eorum locum tenentes cum toto consilio generali teneantur visitare ecclesias et archas beatorum Gaudentii atque Jiuliani martirum in eorum festivitatibus et unicuique offerre unum pallium sete et in festo scti Jiuliani scarlectum  de octo brachiis expensis comunis cum porcheta et gallo et stet pallium in festo scti Gaudentii in trivio plathee maioris in capite civitatis iuxta portam sci Petri et incipiant currere equi iuxta pontem sci Iacobi de secundo in festo vero scti Juliani stet palium scarlecti in capite fori versus portam sci Genexii et incipiant currere equi ad PONTEM VISERBE et curant usque ad locum predictum fori”.
Il 22 giugno, giorno di San Giuliano, i cavalli dunque correvano dal ponte di Viserba a piazza Tre Martiri dove il traguardo era posto dalla parte di Porta S. Genesio (l’arco d’Augusto), circa all’altezza della chiesa dei Paolotti.
A quella specie di gran premio si potevano iscrivere soltanto i cavalli di pregio, il cui valore, precisava il regolamento, non fosse inferiore a 50 lire ravennati. Il primo premio consisteva in un palio o stendardo di otto braccia (circa 5 metri) di scarlatto; al secondo toccava una porchetta ed all’ultimo arrivato davano un gallo con al collo un sacchetto da una libbra di pepe. E siccome una libbra di pepe a quei tempi aveva un valore notevole, la gara doveva svolgersi in modo piuttosto curioso.
Quando i primi due erano in fuga gli altri cominciavano a gareggiare tra loro per chi arrivava ultimo con conseguente doppio totalizzatore: si scommetteva sul primo arrivato e sull’ultimo!
Con tutta probabilità il percorso di gara si sviluppava per la strada della Sacramora perché  a norma di regolamento i cavalli dovevano partire dal Ponte di Viserba “Veniendo per STRATAM RECTAM, per BURGOS et CIVITATEM”.
E dal ponte del mulino la strada della Sacramora, come abbiamo visto, correva diritta fino al Marecchia, poi piegava bruscamente a destra entrando in borgo S. Giuliano per Porta Gabelletta, quindi dopo un’altra stretta curva a sinistra entrava in città per il Ponte d’Augusto.
"articolo di Alessandro Serpieri (Il Ponte, 2 marzo 1997)"
Maria Cristina Muccioli per Ass. IPPOCAMPOVISERBA

Quarantennale Gruppo Scout RIMINI 7



40 anni di scoutismo a Viserba,
Tre giorni di festa Venerdì 28_ Sabato 29_ Domenica 30 Aprile è un occasione eccezzionale per festeggiare l'attività educativa degli scout che nacquero a Viserba quarant'anni fà.
Tanti di noi furono tra quelli che iniziarono e poi tanti, tanti altri che seguirono e tuttora una realtà educativa che coinvogie centinaia di ragazze e ragazzi ed adulti distribuiti su tutto il territorio Nord di Rimini. Il mitico Gruppo Rimini 7.
Tanti Auguri da Piero. Buona Strada

giovedì 20 maggio 2010

Chiesa di VISERBA Mare ancora in costruzione - 1910

Il presidente del Comitato Turistico di Viserba ci ha proposto pochi giorni fà di organizzare insieme a loro, noi dell' IPPOCAMPO, una serata durante l'estate dove proporre vecchie immagini e racconti dei nostri luoghi.
Ho accettato di buon grado e stasera ne parleremo alla riunione dell' Ippocampo per sceglere tempi e modalità.
Questa è una rarissima foto, (autentica) che evidenzia lo stato di costruzione della Chiesa di Viserba Mare negli anni 1910, come vedete non è ancora ultimata e manca il campanile.
Questo è un piccolo assaggio di quello che potremmo divulgare in quella serata.

Pierluigi Sammarini per l'associazione Ippocampo
_Spunto di Riflessione_ Ciao

martedì 18 maggio 2010

Requisizione di biciclette

REQUISIZIONE BICLETTE
COMUNE DI RIMINI  Segreteria generale
Prot.n°5452

Rimini lì 17 agosto 1944 XXII°

OGGETTO: Requisizione di biciclette

Al Capo della Provincia di Forlì

Perviene ora la circolare di codesta Prefettura 3 corr.n°2949 Gab.sulla requisizione della biciclette. Considero l’ordine del Ministero superato qui dallo stato di fatto e quindi inapplicabile.  Dall’ ottobre 1943 in poi e, piu’ ancora, dal maggio u.s. ad ora, comandi militari germanici, reparti e militari isolati, hanno operato per conto loro la requisizione o l’asportazione di migliaia-dico migliaia- di biciclette. Compiere ulteriori requisizioni, anche se in forma legale, sarebbe iniquo e toglierebbe la possibilità di circolare a quella minor parte della popolazione che ancora ne sia, in questo comune, provvista. E sarebbe, inoltre, supremamente impolitico. Né è il caso di limitare la requisizione, a titolo punitivo, nei confronti dei renitenti di leva sia perché non v’è ormai piu’famiglia cui non sia stata portata via la bicicletta, sia perché non i renitenti si colpirebbero, ma le loro famiglie che hanno già compiuto la prestazione di una bicicletta.
Il Commissario Straordinario


Tratto da “LA TRAGEDIA DELLA GUERRA A RIMINI”  B.Ghigi Editore
Roberto Drudi per Ass. IPPOCAMPOVISERBA     

Confisca di beni agli Ebrei

CONFISCA DEI BENI APPARTENENTI AGLI EBREI
IL CAPO DELLA PROVINCIA DI FORLI
Pro memoria per il Duce
APPLICAZIONE DECRETO LEGISLATIVO N°2 DEL 4-1-1944 XXII
In esecuzione a quanto disposto con la circolare del Ministro delle Finanze N°4032 del 12 febbraio c.a. sono stati emessi o sono in corso i decreti prefettizi per la confisca di beni appartenenti a persone di razza ebraica per un ammontare di L. 4.407.085,64
Il valore assegnato ai beni  immobili è da considerarsi approsimativo
Allego l’elenco dettagliato.
Forlì, 10 maggio 1944 XXII

PREFETTURA REPUBBLICANA DI FORLI
Elenco dei decreti di confisca finora emessi , nei riguardi di appartenenti alla razza ebraica, a favore dell’ente Gestione e Liquidazione Immobiliare di S.Pellegrino Terme, incaricato della gestione con decreto legislativo in data 4-1-1944 XXII, N°2 al N°8 in poi le pratiche sono in corso di espletamento.
(n.d.r. segue un lungo elenco, per brevità riporto solo le confische riguardanti Viserba)
7) Bemporad Mario fu Vittorio- Firenze- villino sito in Rimini- Viserba (via Bainsizza nr.5 (imponibile L.300)
9) Pugliesi Vittorio fu Samuele- domicilio fiscale in Milano - casa ad uso abitazione civile sito in Rimini-Viserba- via Ferrara 9 di piani 1 e vani 7 (imponibile 415,35)
21) Cameo Giuseppe fu Emanuele- domicilio fiscale in Roma- terreno agricolo sito in Rimini frazione Viserba via Sacramora (imponibile L 164,12) fabbricati ad uso abitazione civile siti in Viserba via Sacramora, 113   a)di piani 4 e vani 20 (imponibile L.1820) b) di piani 2 e vani 4 (imponibile L.280) c) di piani 1 e vani 2 (imponibile L.186,65) 
32) Mospurgo Nelson fu Carlo –rappresentato a Forlì dal notaio Versari in quanto il Mospurgo è domiciliato al Cairo d’Egitto. a) terreni ad uso edificatorio sito Rimini fraz.Viserba della superficie di ha 0.08.64 e di ha 0.15.00 con l’imponibile rispettivo di (150 e 222.50)  b) fabbricato ad uso abitatazione civile estiva sito in Rimini fraz.Viserba via Lamarmora- via Boito- di piani 2 e vani 10 (imponibile L.1.066,65)

Tratto da “LA TRAGEDIA DELLA GUERRA A RIMINI”  B.Ghigi Editore
Roberto Drudi per Ass. IPPOCAMPOVISERBA     

sabato 15 maggio 2010

S.Giuliano e la Fonte della Sacramora

S.GIULIANO martire del III° secolo e la Fonte della Sacramora    Chi passi per via Sacramora puo’ancora oggi osservare l’edificio della Fonte omonima. Al centro della costruzione campeggia il bassorilievo di Franco Luzi raffigurante S.Giuliano avvolto dalle serpi e sullo sfondo l’arca marmorea, in cui venne ritrovato il suo corpo, con l’iscrizione A.D. CMLXIII (Anno Domini 963). Ai suoi piedi una scritta in italiano e latino: “Io Giuliano a custodia della fonte di questo sacro luogo dormo al blando sussurro della sua acqua. Chiunque tocchi il marmo benedetto non turbi il mio sonno e sia che egli beva, sia che egli si lavi, abbi fede”. In realtà la presenza di S.Giuliano nella storia riminese è stata nei secoli potente, fedele e discreta, caratterizzata dalla stessa semplicità e decisione eroiche che segnarono il suo martirio. LaFonte della Sacramora sorge sul luogo del ritrovamento del corpo di questo che non è un santo di origine riminese, ma un dono che la stessa Chiesa riminese ha ricevuto a richiamo e conforto di una fede autentica.



IL RITROVAMENTO DELL’ARCA E LA STORIA DEL MARTIRE
In una notte del 963 i riminesi furono attratti sulla spiaggia da un fenomeno eccezionale : il mare era agitato da grandi onde, ma il cielo non spirava neppure un alito di vento. Così ai cittadini accorsi si mostro’ all’orizzonte una visione che aveva dell’incredibile: in mezzo alle onde, circonfusa di luce, un’ arca marmorea avanzava come fosse una nave, e si dirigeva con sicurezza, sospinta dai flutti , verso la spiaggia riminese, che a quel tempo arrivava all’altezza dell’attuale via Sacramora. Tra lo stupore degli astanti, il sarcofago approdo’ non lontano dal monastero benedettino dei SS. Pietro e Paolo, nella località che venne poi denominata Sacramora, ovvero”Sacra Dimora”, a ricordo della miracolosa reliquia che aveva ospitato. Subito la notizia del prodigio si sparse e primo fra tutti accorse il Vescovo Giovanni con il clero e i notabili della città. Egli voleva trasportare l’arca nella cattedrale per darle maggiore onore, ma il sarcofago risulto ‘ inamovibile. Si provo’ anche ad aprirlo per verificarne almeno il contenuto, ma anche in questa iniziativa rimase senza esito. Il sarcofago fu così abbandonato nella località dove era approdato finchè, alcuni anni dopo, il successore dell’abate Lupicino, di nome Giovanni, radunati i suoi monaci e i fedel del monastero, dietro licenza del vescovo, indisse un digiuno per implorare l’aiuto di Dio e tentare la traslazione dell’arca dalla Sacramora alla chiesa del monastero (l’attuale Chiesa di S.Giuliano Martire nel Borgo di Rimini). Questa volta il sarcofago si lascio’ docilmente trasportare, e trainato da due giovenche, e sul luogo dove aveva sostato la preziosa reliquia sgorgo’ una sorgente. Il Vescovo, avvertito dell’avvenuta traslazione , accorse con il clero diocesao alla chiesa del monastero per assistere alla apertura dell’arca da parte del frate Giovanni. Al suo interno venne ritrovato il corpo intatto di San Giuliano circondato dalle reliquie di altri sette martiri sconosciuti e uno scritto che identificava il corpo del martire e ne narrava brevemente la storia. Giuliano era un giovane istriano di diciotto anni, figlio di un senatore romano e madre cristiana, chiamata Asclepiodora. Fu martirizzato  a Flaviade di Cilicia durante la persecuzione di Decio (249-251) la stessa in cui morirono a Roma anche papa Fabiano, papa Sisto e il diacono Lorenzo. Giuliano venne condotto davanti al console Marziano perché sacrificasse agli dèi. Era questa infatti la formalità richiesta per salvarsi la vita. La Passio fu un resoconto dettagliato dell’interrogatorio. Giuliano rifiutava di sacrificare e il console, stupito dalla saggezza delle sue risposte, gli domanda:                               
 “Sei un presbitero o un diacono di questi pazzi cristiani?” 
 “Non ho questa dignità che solo ai buoni e agli eccellenti compete” 
” Che cosa sei sei allora?”
 "io sono cristiano" 
"Di quale dignità" 
"La piu' grande e la massima io sono cristiano "                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               A questo punto Marziano chiamo’ la madre per far desistere il figlio. La madre in tre giorni preparo’, invece, il figlio a sostenere in letizia il martirio. Così Giuliano venne gettato in mare in un sacco pieno di serpenti e sabbia. I cristiani raccolgono il corpo di Giuliano e lo depongono in un arca marmorea posta su uno scoglio a picco sul mare, nell’isola Proconneso, nella Propontide. Molti secoli dopo,durante il regno di Ottone I, in una notte del 957, il sarcofago cade in mare in seguito alla frana del promontorio su cui è posto, e viaggiando sui flutti come fosse una nave, attraversa il Meditteraneo e l’adriatico fino alle spiagge riminesi.




                               

Tratto dal libretto “S.Giuliano martire dalla Sacramora al Borgo” edito da Don Giuliano Renzi in occasione del ritorno alla Sacramora delle S.Spoglie di San Giuliano avvenuto il 18-10- 2009.
Roberto Drudi per ass.IPPOCAMPOVISERBA

venerdì 14 maggio 2010

il brodetto della Marisa

La Ricetta del Brodetto alla Viserbese
In Esclusiva per l’Ippocampo
Dalla viva voce di Marisa Rinaldi, figlia di pescatori e di intenditori di pesce.

Provo a cimentarmi (per la prima volta) con la trascrizione di una ricetta gastronomica e quindi nessuno me ne voglia se non sarà ben riportata, o con tutti i dettami del linguaggio di cucina.
Chiedo a Cristella, che ieri sera ha disertato la riunione, di avere pazienza e di venire semmai in mio aiuto.

Allora:

C’è da dire innanzitutto che il pesce, da tradizione viserbese, vuole essere cucinato dagli uomini.
O meglio, il pesce non ha mai palesato direttamente questa preferenza, ma intanto gli uomini sono più bravi e lo fanno meglio ‘men du it better’ così le donne glielo lasciano fare.

Perché il brodetto sia ad hoc, il pesce deve essere di più qualità, eccone alcune:
seppia, canocchia, ragno pagano, bocca inchev (che faccia abbia non lo so, ma dicono non sia un esemplare esteticamente bello) mazzola, codina di rospo e cagnetto.

Come si prepara:
nella casseruola o tegame dai bordi alti si mette a scaldare in un po’ di olio (senza abundare, ma neanche deficere) uno spicchio di aglio e un pizzico di prezzemolo.

Il pesce si pone nel tegame iniziando dal pesce più grosso, la seppia, che dunque sta sotto.
Via via si mette tutto il pesce e, da ultime, le canocchie.

Si fa sciogliere un po’ di conserva di pomodoro in un bicchiere di acqua e vino, cui si aggiungono sale quanto basta e pepe abbondante e si versa fino a coprire tutto il pesce. Poi si mette il coperchio. Quando il brodetto inizia a bollire, il tegame si può scoprire per far evaporare l’acqua.

Una raccomandazione: il pesce, durante la cottura non si deve mai toccare.

A termine cottura, si strofina uno spicchio d’aglio sul fondo di una casseruola o padella posta a scaldare sul fuoco. In questa, si posiziona il pane e si copre prima con il sugo del brodetto e poi con il brodetto stesso.

Buon Appetito.
Marzia Mecozzi per Ass.IPPOCAMPOVISERBA

Incontro con "Marisa" Rinaldi

Maria Luisa (Marisa) Rinaldi è la protagonista della serata di ieri 13 maggio con gli incontri dell’Ippocampo intitolati “La memoria del cuore”.
Ecco uno stralcio dell’intervista.

Figlia di un marinaio, Bruno Rinaldi (classe 1904), Marisa ha ripercorso per noi la storia della sua famiglia, simbolo di una Viserba delle origini, all’epoca delle batane e degli zoccoli, quando la vita del paese attorno alla piazza era fatta di poche, modeste cose, e la sua ricchezza o povertà erano legate più che mai al mare.
Dal mare, dalla pesca, dipendeva anche la famiglia di Bruno che, con Maria che faceva la sarta, si era sposato giovanissimo e, non ancora trentenni, i due avevano già avuto i loro quattro bambini. Negli anni Trenta, la famiglia viveva proprio accanto alla piazza, nella casetta di fronte alla attuale pescheria. “Il babbo, a rate, si era comprato una barchetta, - racconta Marisa - ma presto aveva deciso di smettere di andare per mare e, insieme alla mamma, si era dedicato al commercio del pesce.”
Sfogliando le immagini dell’epoca, Marisa si sofferma sulla piazza, sugli spazi occupati allora dai banchi del mercato che lì si svolgeva, dove la mamma per anni aveva venduto le vongole raccolte,
e prosegue nella sua narrazione. “All’alba, il babbo andava con la sua bicicletta a prendere il pesce, fino a Rimini, caricava quell’enorme cassetta e tornava per l’ora del mercato.”
Quando la loro mamma morì, Rina, sorella di Marisa, prese il suo posto e proseguì il suo lavoro. Franca, la sorella maggiore, nel frattempo si era sposata e aveva avuto il piccolo Mario. Anche lei faceva la sarta e aveva clienti fin nella lontana Milano, così Marisa l’aiutava occupandosi del bimbo.
Pur avendo da anni intrapreso un nuovo tipo di mestiere, Bruno Rinaldi di tanto in tanto tornava a vestire i panni del pescatore, imbarcandosi coi colleghi che, nella notte, salpavano per una nuova battuta di pesca.
Fu così anche la notte del 29 novembre 1957.
Il racconto del naufragio del peschereccio dei Merli con a bordo 4 marinai, è cronaca di quei giorni, ma la voce di sua figlia ancora s’incrina al ricordo di quella notte di tempesta, e poi di quella mattinata di aspettativa e attesa, di funesti presagi e infine di dolore.
È difficile dire cosa accada di preciso, ma qualcosa dentro di noi certo accade, tale da metterci in guardia, da rivelarci che la sorte è in agguato. Quella notte, infatti, Marisa dormì poco e male, attenta alle sfumature nella voce del vento, in attesa del suono lugubre del faro che mandava il suo segnale nella nebbia. Ma non fu soltanto una questione di nebbia, o soltanto di vento, o di mare in tempesta. Quella notte si scatenarono tutte insieme queste forze contrarie della natura e per i quattro marinai non ci fu scampo.
Marisa ancora non lo sapeva, non lo sapeva nessuno, perché certe volte, quando la tempesta li sorprendeva al largo, i marinai esperti sapevano come fare e il babbo lo aveva detto tante volte: “non preoccupatevi se non mi vedete tornare, può capitare che, se siamo più vicini, si faccia scalo nel porto di Cesenatico, non preoccupatevi…”
Così, quella mattina, non vedendolo rientrare, Marisa col piccolo Mario, era andata ad attendere il babbo alla stazione, ma dal treno che proveniva da Cesenatico non era sceso nessuno. La tragedia era già negli occhi e sulle labbra di tutti, ma il primo a darle il vero nome fu Ermanno, il fratello più piccolo di Marisa che disse “il babbo, non lo rivediamo più.”
Bruno Rinaldi non fu più mai più trovato, Merli fu trovato qualche tempo dopo al largo di Pesaro. Le esequie furono celebrate nella Chiesa di San Niccolò, senza bare, con gli onori che vengono riservati ai marinai che perdono la vita in mare.

Marzia Mecozzi per Ass.Ippocampo Viserba


venerdì 7 maggio 2010

La vecchia chiesa di Viserba Monte
articolo di Maria Cristina Muccioli

Molti cittadini, a Viserba Monte, hanno ancora un legame affettivo con la vecchia chiesina di Viserba Monte. Non solo per le cerimonie religiose che hanno scandito la vita delle famiglie, come battesimi e matrimoni, ma anche perché molti dei genitori e dei nonni dei parrocchiani di oggi parteciparono personalmente, dopo il terremoto del 1916 che la danneggiò gravemente, alla sua ricostruzione e nel 1923 erano presenti all’inaugurazione dell’edificio restaurato.
La chiesina e le poche case a schiera che sorgono lì accanto, sull’antica via Popilia, rappresentano il primo nucleo del centro abitato di Viserba, quando la zona a mare era occupata da sabbia e palude. Della chiesina si hanno notizie già nel Medioevo. Nel libro “Viserba… e Viserba”, edito nel 1993 da Luisè, lo storico Oreste Delucca ha raccolto diverse notizie sulla “immagine della Beata Vergine Maria della Cella Viserba”, trovate in una pergamena del 1357. Le premesse per la realizzazione di una vera e propria chiesa risalgono al 1427 (“…l’immagine della Regina de’ Cieli dipinta in un muro della via Regia, vicino allo stradello per lo quale si andava al mare e alli beni delle monache di San Marino, chiamata volgarmente Santa Maria della Viserba, che già haveva prencipato a far dono al popolo riminese de’ suoi favori…”). L’immagine mariana ha continuato anche nel Cinquecento ad essere destinataria della devozione dei riminesi, come testimoniato dal testamento del condottiero cavalier Pietro di Matteo Belmonti che, nel 1507, istituisce un legato di 100 lire in favore “ecclesie Sancte Marie a Viserba, pro satisfactione voti”.

Ecco una foto del 1900 tratta dal bellissimo sito www.balnea.net (che consiglio di visitare): la facciata della chiesa si scorge in fondo alla fila di case della “Borgata di Viserba di Rimini”.
Quest’altra foto, invece, è stata scattata dalla sottoscritta nel 2009. Stessa prospettiva: sebbene leggermente modificate, le case sono le stesse. E, al posto dei carri trainati dai cavalli, un paio di automobili… curiosamente fissate dallo scatto quasi nelle medesime posizioni rispetto alla strada.
La destinazione odierna di questo antico edificio è descritta in questo mio articolo del 4 febbraio 2009, pubblicato sul blog www.cristella.it

La Casa del Teatro e della Danza è il frutto della ristrutturazione della vecchia chiesa di Viserba Monte, venduta dalla Diocesi di Rimini all’Amministrazione Comunale più di dieci anni fa. Già da allora ho seguito, come giornalista, la vicenda della chiesina: con l’arrivo dei numerosissimi nuovi abitanti portati nella zona dalle faraoniche politiche di edificazione era diventata insufficiente. Qualcuno voleva aprirci un ristorante o qualcosa del genere. Dopo l’acquisizione da parte del Comune si è molto discusso anche sulla sua destinazione. Il buon risultato raggiunto oggi è sicuramente merito del progetto di Leonina Grossi, coordinatrice dei Centri Giovani, che ha saputo intercettare i finanziamenti regionali destinati allo sviluppo delle politiche verso le giovani generazioni.
La gestione e la programmazione delle attività, dedicate principalmente alle prove e laboratori teatrali e di danza in un’ottica di educazione e formazione per tutti (non solo i professionisti… quindi, c’è spazio anche per imbranate come Cristella!) è stata affidata con un bando pubblico a due associazioni molto attive sul territorio: Riminiteatri, che riunisce gli operatori teatrali della provincia di Rimini, e 
Movimento Centrale, che riunisce i danzatori.

Ecco l’interno della chiesa com’è oggi, trasformata in Casa del Teatro e della Danza

articolo di Maria Cristina Muccioli per Associazione IPPOCAMPO

i folletti

Sono cresciuta tra racconti di una vecchia nonna contadina, coccolata e spaventata da storie popolari spesso incredibili. Leggende, storie fantastiche e antiche superstizioni hanno fatto da cornice alla mia infanzia e, nonostatnte io sia credente ( condizione che dovrebbe portarmi quanto meno ad un certo scetticismo nei confronti di certe credenze popolari) crescendo non ho perso l'abitudine di documentarmi su fate e folletti....castelli incantati e spiritelli dispettosi.
Lo scorso anno sono stata in vacanza in Emilia Romagna. La zia della mia amica, un'arzilla signora ultra ottantenne, percependo il mio interesse verso le credenze popolari del posto mi ha raccontato qualche storia...
Una in particolare mi ha fatto riflettere perché più e più volte è ricomparsa nei luoghi, nei libri e nelle persone.
E' la storia di un folletto detto “caicarel” (traducibile molto liberamente in “colui che spinge”).
E’ un esserino dispettoso, ha un cappellino rosso che lascia fuori dalla camera della persona che molesta. Non fa del male, ma ti sale sul letto silenzioso, lo senti bene perché pesa molto anche se dà l’impressione di essere piccolo. Continua a camminare finchè non ti spinge con le manine sul petto creandoti delle difficoltà nel respirare, poi quando cerchi di accendere la luce fugge via veloce! Puoi al massimo sentire la sua risatina che si allontana.”
La capacità di queste vecchie credenze di viaggiare di luogo in luogo arricchendosi di particolari man mano che si va avanti è impressionante....
Decido di saperne di più!
Mi sposto, vado verso Predappio, da una cara signora, a chiedere notizie: cambia il nome, questa volta si dice “e fulet” ma la storia è simile. “ Andava anche da vacche e cavalli, le bestie scalpitavano tutta la notte e al mattino le trovavi con la criniera tutta intrecciata, stanchissime e sudate.”
Non mi sono certo fermata: altra vallata, quella del fiume Bidente, e altro anziano abitante da ascoltare…”Ci ha fatti diventare matti” racconta "mia mamma aveva lunghissimi capelli neri che erano uno splendore! Una mattina si sveglia e se li ritrova tutti intrecciati, in modo così fine che li ha dovuti tagliare."
Addirittura l'anziano signore mi svela il modo per sapere se viene a visitarci durante la notte.
“Cospargi di farina il pavimento davanti all’uscio della porta: quando passa lascia orme di gatto.”
Nel mio vagabondare curioso sono riuscita a farmi dare anche dei rimedi: la zia della mia amica metteva una cintura di traverso sul letto così lui per paura di impiccarsi non saliva; a Ravenna mettono un forcale sotto il letto, a Cesena basta tagliare le treccine eventualmente subite così da offenderlo; a Predappio il caso è più difficile: bisogna rubargli il cappellino rosso che lascia fuori dalla porta!
E’ quantomeno interessante vedere come una leggenda si ripeta costante in più luoghi…direte voi: nemmeno così lontani!
L'ultima tappa della mia ricerca è stata la biblioteca comunale.
Non è stato difficile trovare quello che stavo cercando!
Mazzapegolo: spirito o folletto che, nella tradizione popolare, si diverte ad intrecciare le code delle bestie da stalla e ad insidiare le belle giovinette. Diffuso in tutto il territorio nazionale, assume di volta in volta compiti, nome ed iconografia differenti.Pare, però, che l'origine del personaggio sia romagnola.
In ogni caso è indiscutibile il suo legame infero.
Lo studioso Giovanni Fantaguzzi, in una cronaca cesenate del 1400, racconta di un folletto innamorato di una giovane massaia e dei dispetti che era solito procurare al suo catino. Il mazapegul si innamora delle giovani di casa, le insegue, scompiglia loro i capelli, si insinua sotto le sottane, salta sui letti impedendo alle fanciulle di respirare; è geloso, vendicativo; lascia orme di gatto, vive in camera da letto, nelle stalle, dove disturba gli animali. Indossa un berrettino rosso che appoggia sull' orlo del pozzo di casa quando è in procinto di entrare; è invisibile ma, talvolta, può mostrarsi. Spesso si associa la sua presenza al vortice del vento "e fulet". Numerosi gli accorgimenti prodotti dagli abitanti delle campagne per tenerlo lontano dalle abitazioni : dal forcone posto sotto al letto o nelle stalle, all' inevitabile ricorso al sacerdote-esorcista capace di riportare la perduta tranquillità all' interno del focolare domestico

Che dite....lo conoscete anche voi?
Sabrina Ottaviani per Associazione Ippocampo Viserba
8 e 9 maggio: i big del 'tchoukball' si danno appuntamento a Rimini
Oltre mille giocatori per l'evento di beach tchoukball più importante al mondo

127 squadre da tutto il mondo, 1055 partecipanti, 18 campi sulla spiaggia, per un totale di 618 partite giocate in un week end. Sono questi i numeri del Festival di Beach Tchoukball più grande del mondo che si terrà per l’ottavo anno sulla spiaggia di Viserba di Rimini, l’8 e il 9 maggio.

Anche quest’anno i big del tchoukball si incontrano da tutto il mondo per il Festival Internazionale di Beach Tchoukball: un’occasione imperdibile per scoprire e diffondere i valori educativi, tecnici e il divertimento di questo sport dal nome difficile da pronunciare ma che assicura una due giorni di spettacolo sulla sabbia per le azioni dinamiche e acrobatiche che lo caratterizzano: è anche l’unico gioco al mondo dove si può attaccare in entrambe le porte

Saranno ancora una volta Rimini e le spiagge di Viserba ad ospitare la versione beach, indubbiamente la più divertente ed entusiasmante. E’ dal 2003 che “Tchoukers” di qualsiasi età e livello, dal campione del mondo al giocatore alle prime armi, si ritrovano qui per un week-end da ricordare. Il legame tra il Tchoukball e Rimini inizia nel 2003 con in occasione del Campionato Europeo Indoor (al PalaFlaminio) e della prima edizione del Beach Festival (a Viserba); da allora Rimini ospita quello che è ormai diventato il più grande e atteso evento di Tchoukball al mondo. L’ottava edizione si svolgerà su 18 campi da gioco distribuiti in tre spiagge (Bahia Rico’s Cafè, Playa Tamarindo e Marinagrande di Viserba) nei giorni 8 e 9 maggio 2010, e vedrà protagonisti 127 squadre con oltre 1000 atleti provenienti da tutta Italia, nonché da Austria, Belgio, Brasile, Germania, Gran Bretagna, Polonia, Repubblica Ceca, Svizzera, e dalla lontanissima Taiwan. Per la prima volta sarà presente il presidente della Federazione Internazionale mr Huang Chin-Cheng che ha dato il patrocinio all’evento. A dimostrazione dell’ottima riuscita del Festival, una delegazione della nazionale Taiwanese vincitrice dei World Games ’09 giungerà a Rimini, dopo un viaggio di 9600 km, appositamente per poter partecipare all’evento. Un motivo d’orgoglio per la Federazione Tchoukball Italia e per la città di Rimini, ma anche uno stimolo per migliorare anno dopo anno.
Il successo del Festival è dovuto al grande sforzo organizzativo della FTBI, al sostegno del Comitato Turistico di Viserba e degli albergatori, del Comune di Rimini, di Panathlon International, di Promo Viserba e dei 90 volontari dello staff.



Marzia per Associazione IPPOCAMPOVISERBA

Manuela che legge la favola della Buonanotte…

Presto metteremo in rete la trascrizione dei racconti manoscritti di Tecla Botteghi
Quando, il giovedì sera, a conclusione della nostra riunione settimanale, Manuela ce ne legge alcuni passi, chiamandoli affettuosamente ‘la favola della buonanotte’ penso che, veramente, si tratti di favole. Quei piccoli quadretti, dalla prosa e dall’estetismo dannunziani, così gonfi di colori e di impressioni, di aggettivi infiniti per descrivere le cose nei dettagli, nei risvolti, nelle pieghe, nelle sfumature, sono un tesoro inaspettato. Attraverso quei dettagli e quelle rivelazioni iperrealiste, dove la primavera ha tutte le sfumature del rosa e l’estate dei gialli, splendenti e bruciati, ho scoperto che il passato non è in bianco e nero, non è seppiato, ma vivido nella fantasia e nella memoria di chi sa descriverlo con tanto amore, con la bravura di un artista, a metà via fra il poeta e il pittore.
La descrizione della ‘Chiesa Perduta’, con tutto il curioso e misterioso e intrigante contorno di suggestione infantile… beh, una delle migliori favole della buonanotte mai ascoltate!
Certi bravi scrittori il mondo non li conoscerà mai… perché tengono i loro diari chiusi in fondo ai cassetti, ai bauli, negli armadi della memoria. Questo manoscritto, che racconta per immagini il passato del nostro comprensorio viserbese, fra ricordi, suggestioni, luoghi misteriosi sprofondati nella leggenda popolare, è il simbolo, per eccellenza, del nostro lavoro. La ricerca, il recupero, la salvaguardia, la valorizzazione della memoria.
Grazie Manuela e, soprattutto grazie Tecla per averlo reso pubblico.

Marzia per Associazione Ippocampoviserba

Mazapègul folletto dispettoso

mazapegulLeggende di Romagna.
La Romagna è una terra ricca di credenze popolari e di tradizioni.
Ricordo quando mia nonna mi raccontava di un esserino birbo e dispettoso che la notte si aggirava attorno ai casolari di campagna.
Il suo nome è Mazapègul, un folletto alto poco più di 40 centimentri, a metà tra un gatto e una scimmietta dal pelo folto e grigio. La tradizione popolare racconta che non indossa vestiti, ma è affezionatissimo al suo cappello rosso, che gli dà il potere di combinare guai...
Quando il Mazapègul sceglie una casa, non la lascia più: fa sparire le cose, rovesciare i bicchieri, cadere i panni stesi, volare le carte, costruire ostacoli invisibili in cui fare inciampare la gente, solletica i piedi, dà pizzicotti e intreccia i capelli delle donne e i crini degli animali con la sua saliva!
Si racconta anche che di notte si diverte a saltare sulla pancia degli uomini per non farli digerire.
Qualcuno racconta che per mandarlo via bisogna gettare il suo cappello rosso in un pozzo: Mazapègul odia l'acqua e senza cappello perde la forza e la furbizia.
Qualcuno dice che adora contare e, per distrarlo fino al sorgere del sole, bisogna mettere dei chicchi di grano sul davanzale della finestra...Mazapègul non potrà resistere e invece di far dispetti in casa, si fermerà fuori a contare.
Altri ancora dicono che se si riesce a rubargli il cappello, il folletto farà nascere monete e gioielli dal terreno e sarà disposto persino a rivelare il nascondiglio segreto del tesoro introvabile per tutti, pur di riavere il suo prezioso cappuccio rosso.
Mazapègul, appartiene alla famiglia dei Mazapegol, folletti della notte, di antichissime origini pagane della tradizione celtica, composta da diverse tribù, i Mazapedar, i Mazapegul, i Mazapigur, i Calcarel, diffuse un po' in tutta la Romagna.
Per secoli la religione e la scienza hanno cercato di disperdere queste figure fantasiose...ma la tradizione orale, la voglia di credere alle favole e l'incapacità di spiegare tutti i fenomeni della natura, ha portato fino a noi queste figure antiche e magiche.


Sabrina Ottaviani per associazione IPPOCAMPOVISERBA

i nonni originari della "zinganera"

Questi sono i miei nonni Cenni Luigia detta "Gigia" e Sante Ottaviani detto "Biagio" e soprannominato "Spranghin".
 Nell'altra foto la nonna Gigia insieme a mio babbo Ottaviani Graziano primogenito al quale è passato di diritto il soprannome "spranghin"
 Mia nonna sin da giovane sposa faceva parte di quella etnia di marinari che caratterizzava questo rione. Con la sua bicicletta faceva chilometri e chilometri per riuscire a vendere  ogni giorno "al Purazi". L'estrema povertà di queste famiglie si riassumeva perfettamente nel detto: " Puret chi la pesca. Puret chi la vend. Puret chi la magna" .

Sabrina Ottaviani per associazione Ippocampoviserba

mercoledì 5 maggio 2010

Costumi da Bagno ___ Ottorino Respighi in vacanza a Viserba 1904


Ho trovato una foto che sarà utile a chi sta lavorando sui COSTUMI dei TURISTI portati a Spiaggia a VISERBA nelle varie Epoche. Anche la storia che c'è dietro è obbiettivamente interessante... si parla di tal Ottorino Respighi (1879-1936) che nel 1904 solea villeggiare a Viserba.. La foto riguarda lui e dei suoi compari. Tratto dall'Archivio di Stato di Milano..

(Iniziò gli studi musicali di pianoforte e violino sotto la guida del nonno Giuseppe, per poi andare in Russia in qualità di prima viola dell'orchestra del Teatro Imperiale a San Pietroburgo per la stagione d'opera italiana; fu in quel contesto che ebbe modo di studiare, per cinque mesi, con Nikolaj Rimskij-Korsakov, con il quale poté apprendere a fondo l'arte della sinfonia orchestrale e del poema sinfonico. Nel 1902 fu accompagnatore di una scuola di canto a Berlino, città in cui ebbe modo di conoscere Ferruccio Busoni, nonché di studiare composizione con Max Bruch. Fino al 1908 la sua attività principale fu quella di violista (fece parte anche del "Quintetto Mugellini"), in seguito si dedicò interamente alla composizione.Respighi si trasferì a Roma nel 1913, dove visse per il resto della sua vita; fu docente di composizione al Conservatorio di Santa Cecilia, e dal 1923 al 1926 fu anche direttore del medesimo istituto. Nel 1932 fu eletto Accademico d'Italia.Nel 1919 Respighi sposò Elsa Olivieri Sangiacomo, compositrice, cantante e pianista che era stata sua allieva al conservatorio; sarà Elsa a completare l'ultima opera del maestro, "Lucrezia", lasciata incompiuta dalla sua prematura scomparsa. Respighi si spense infatti nel 1936, all'età di 56 anni, nella sua villa romana "I Pini" (da lui fatta costruire sul Gianicolo su progetto dell'architetto Marcello Piacentini) a causa di un'endocardite. È sepolto alla Certosa di Bologna..) Biografia di Wikipedia


Pierluigi Sammarini per Associazione IPPOCAMPOVISERBA.

martedì 4 maggio 2010

Viserba -Storia locale-


Viserba – Storia locale –
Fil d’erba (vis herbae) donde Viserba, sembra il toponimo favorito per una denominazione gradevole e meno dura di Abissinia. Fino al 1890, dune, squallore, vegetazione spontanea e, se si escludono poche e malsicure capanne per ricovero di pescatori specialmente dalle burrasche e per deposito di attrezzature marine, era quello che si offriva alla visita della località.
Con l’inizio del secolo, l’ing.bolognese Gianbattista Bavassano s’innamora di quell’angolo e si farà promotore del comitato pro-Viserba e nel lustro successivo, per merito suo, Viserba avrà sensibile sviluppo, specialmente edilizio, per merito anche dei capimastri Sante Polazzi, Francesco Mancini e Graziosi di Santarcangelo.
L’ingegnere Ballerini nel 1908 progetterà la Cappella, ampliata nel 1914 per interessamento dell’architetto Meloncelli. Ma a quella data, nelle ville ai lati mancano piazze, viali articolati, luce elettrica, acqua nelle abitazioni; tuttavia il vantaggio di essere silenziosa, riposante, piena di di fascino per la sua armoniosità e per un mare incantevole, si avvia ad un avvenire promettente.
Il territorio si articola in Viserba a Monte, nata per prima, e Viserba a Mare, piu’ recente. L’abitato è sorto su terreni già redenti dai monaci di San Vitale di Ravenna che bonificarono tutta l’area che da Ravenna giunge fino a Cattolica. Terreni costieri che dopo alterne vicende,sono diventati orti stupendi che alimentarono nel tempo i traffici ed i commerci richiesti per gli ottimi prodotti di quei terreni. Nel corso dei secoli, molti di quei terreni passarono al ricco monastero di San Giuliano e da questi monaci, lotizzati gli appezzamenti, vennero poi affidati a scopo agricolo in orti lussureggianti.
Attorno alla chiesa di Viserba a Monte si enucleo’ l’abitato antico, la residenza cioè degli ortolani e dei pescatori che costituivano la parrocchia di Santa Maria di 747 anime. Popolandosi la costa nei primi anni di questo secolo, dopo di essere delle Celle, la Cappella viene eretta a Parrocchia il 1° Agosto 1925. Viserba è moderna…….nata alla fine del secolo scorso, voluta da cittadini bolognesi per il loro riposo estivo per le sue doti intrinseche, in un breve volgere di anni una miriade di villini singoli, gai e civettuoli sorgeranno rapidamente. ……Frà le industrie di piu’ lontana presenza, tre particolarmente meritano menzione oltre a quelle antichissime della pesca e del commercio marittimo; la brillatura del riso fondata negli anni della seconda metà dell’ottocento dai signori Brisi di Ancona e quindi gestita dal conte Francesco Lovatelli. Quel luogo è noto soprattutto perché ivi si davano convegno cospiratori e patrioti riminesi. Il conte fu esule a Malta, fu carbonaro perseguitato dalle Commissioni speciali, partecipo’ ai moti del 1831 e quindi fu attivo nelle imprese agrarie ed industriali. Nella brillatura si pulivano 483 sacchi di riso e Daniele Serpieri, altra figura di cospiratore, la diresse fino al 1857.
La seconda industria, azionata dall’acqua del molino Viserba, è la fabbrica di corda gestita fin dalla sua fondazione da Antonio Tozzi di Trieste il quale la aprì nel 1871 e diede lavoro ad oltre cento operai. Passata al signor Giuseppe Dossi nel 1908, venne dotata di quattro macchine e di dieci torciti azionati da un motore della potenza di 35 cavalli; produceva piu’ di 200 tonnellate di cordami all’anno.








La terza industria è la Fonte Sacramora , sorgente di acqua minerale ricca di solfati e cloruri, deliziosa acqua da tavola dalle note proprietà terapeutiche.
Il piccolo centro andava tuttavia acquistava sempre piu’ un volto vivace, animato e in via di sviluppo. Fra le prime operazioni si provvide alla perforazione dei pozzi artesiani in numero considerevole. Sul lido nel 1908 si contavano cento villini. Il capomastro Sante Polazzi ed alcuni suoi colleghi costruirono senza posa edifici pubblici e privati. Sorsero così un teatro, sale di conversazione, di lettura e un bar. La via Pantiera è sostituita dalla litoranea. Nel 1889 era sorta la linea ferrovia Rimini-Ravenna-Ferrara-Venezia che sarà un polmone non trascurabile per la giovane stazione balneare. Nel 1900 gli abitanti erano 611 nel 1936 raggiunsero i 3150. Nel 1950 divennero 5123. Negli anni Venti Viserba è una delle piu’ desiderate località di soggiorno estivo. Un elettromobile collegava Rimini a Viserba Monte e a Mare. Nel 1926 si avvertì l’esigenza di ampliamento di alberghi. In quell’anno operavano due hotel, tre alberghi e venti pensioni, si poteva vantare un ufficio di posta , del telegrafo e del telefono (1907)…..
                                              

                                        

(tratti  del libro Viserba…e Viserba.    –G.C.Mengozzi -Luisè editore)
Roberto Drudi per associazione IPPOCAMPO Viserba

domenica 2 maggio 2010

la Zinganera (rione Viserbese)

La Zinganera
L’ultimo tratto della via Orsoleto, pur passando in un terreno privato, è tutt’ora riconoscibile; dopo aver incontrato la strada vicina a Viserba (la supposta via de Quargnete) proveniente da San Giovenale, termina presso un lavatoio in via Amati.
Una volta tagliata fuori Viserba a Monte, nei paraggi del guado si formarono due nuovi villaggi: a sinistra della fossa Mixilei, all’incrocio tra la via di Orsoleto e la strada del guado (via Amati), dove alla fine dell’800 sarebbe sorta una fontana pubblica, riconoscibile in seguito nel lavatoio. Sulla riva destra, invece,parallela al canale, la borgata di Viserba, cioè la Zinganera, l’attuale via Cavaretta, abitata dalla gente di mare, mentre Mixilei era il borgo degli ortolani.
Perché questa separazione? Un tempo la gente di mare ed i contadini della nostra costa costituivano due etnie separate, a volte rivali, e la gente abitante sul mare parlava un proprio dialetto che, dai pochissimi frammenti pervenutici, pare assomigliasse al chioggiotto che al romagnolo.
Ogni tanto la rivalità esplodeva in aperto contrasto e le cronache registrano violente risse tra i contadini  e purtlot (portolotti) come si autodefinivano gli abitanti dei borghi marinari di Rimini.
Gente orgogliosa, amante dell’indipendenza, che si sentiva piu’ partecipe della grande nazione marinare Alto Adriatico e Mediterranea che della loro comunità
                                        

(tratto da Viserba…e Viserba.    –M.P. Luzi -Luisè editore)
Roberto Drudi per ass.IPPOCAMPO

Il lavatoio di Viserba

IL LAVATOIO
Nel 1902 a Viserba furono ricoverati 29 ammalati di pellagra, una malattia da denutrizione e nel 1904 il dott. Magli registrò 13 casi di febbre tifoide a Viserba, 8 nelle immediate vicinanze 5 nella restante superficie fino al Marecchia.
La condotta del dott. Magli copriva  un ampio triangolo di 24 km quadrati di superficie, con un lato al Marecchia ed uno al mare, un angolo verso Rimini, uno a 3 km da Santarcangelo e l’ultino al confine di Bellaria.
Egli notava deficienze di igiene ovunque, eccezion fatta per Viserba , dato che nella zona a mare l’acqua pura zampillava per forza propria da falde profonde invece a Viserba a Monte bisognava estrarla anche talune volte, mediante una pompa perché non aveva la forza di risalire da sola. Ancora poche le case e quasi tutte nuove.
Eppure tutto il terreno era coltivato ad ortaggi ed irrigato anche con urine umane trasportate da un serbatoio di Rimini,ove si usava raccogliere i liquami degli orinatoi pubblici.
Nel restante territorio della condotta gli orti erano rari e non si usava quasi mai la concimazione con urine umane del  serbatoio di Rimini.
Un'altra carenza igienica lamentata in quegli anni era la mancanza di un lavatoio pubblico per cui si sciorinavano i panni nei fossi del territorio della spiaggia e in quello costeggiante la ferrovia.
In seguito fu costruito il lavatoio; era una vasta tettoia di coppi a capriata poggianti su colonne di mattoni sotto cui trovavano posto due file di vasche di graniglia in cemento con abbondante acqua corrente.
All’inizio degli anni ’60 il lavatoio fu demolito lasciando al suo posto il giardinetto pubblico realizzato dal prof. Nazzareno Tognacci, all’angolo tra via Mazzini e via Bologna con al centro una minuscola fontanina a segnare il punto dove c’era il pozzo artesiano che lo alimentava. (n.d.r. oggi chiuso)
                                          

(tratto da Viserba…e Viserba.    –M.P. Luzi -Luisè editore)
Roberto Drudi per ass.IPPOCAMPO